Un sogno chiamato Aconcagua
Un sogno che prende forma
Fra qualche giorno parto per una spedizione con un obiettivo chiaro: raggiungere la vetta dell’Aconcagua, in Argentina.
Si tratta della montagna più alta delle Americhe, la più alta al mondo fuori dall’Himalaya e la seconda delle cosiddette “Seven summits”, dietro soltanto all’Everest. Per dare un riferimento assoluto, parliamo di una montagna alta 6.962 m.
Come spesso accade con i sogni che facciamo la notte, non saprei dire con esattezza quando sia iniziato questo. Direi almeno tre o quattro anni fa. Di sicuro, a gennaio 2025 avevo già deciso che lo avrei fatto: ricordo distintamente una conversazione in cui dicevo che avrei voluto provarci nell’inverno 2025/26, durante l’estate argentina. Non avevo ancora organizzato la logistica, ma avevo già messo in moto il processo che mi avrebbe portato qui.

Un sogno che prende forma – Allenamento estivo sull’Etna in preparazione alla spedizione sull’Aconcagua.

Panorama dell’Aconcagua dalla valle, con cime innevate sullo sfondo. Foto: jorge c (@jorgec873), TripAdvisor (consultata il 4 gennaio 2026).
L’alta quota, raccontata con qualche numero
Per chi non è avvezzo alle faccende d’alta quota, qualche riferimento può aiutare più di tante parole per capire quanto estremo ed inospitale possa essere questo ambiente.
A 7.000 metri la pressione atmosferica è molto più bassa di quella che respiriamo normalmente: parliamo di circa il 40% rispetto al livello del mare (41 kPa vs 101 kPa). Questo, attraverso una lunga catena di processi fisiologici, si traduce in molto meno ossigeno che arriva nei muscoli ad ogni respiro e, di conseguenza, molta più fatica. La conseguenza principale è che si abbassa notevolmente il limite di ciò che possiamo fare prima di sentirci così stanchi da non riuscire a proseguire. In termini più tecnici, diminuisce in modo importante la potenza che possiamo sostenere in regime aerobico.
Per chi fa sport, immaginate che all’improvviso il vostro VO₂max cali drasticamente e che, di conseguenza, si riduca anche l’intensità alla quale riuscite a restare sotto soglia (la cosiddetta soglia aerobica). Qualunque sia la vostra preparazione, in queste condizioni può succedere che anche “solo” camminare in salita con lo zaino, a un ritmo normale, diventi difficile da sostenere a lungo. È un po’ come quando si corre quasi al massimo: è uno sforzo che si può mantenere solo per brevi tratti.
Anche se sarò in Argentina in estate, in quota le temperature possono essere molto rigide: nelle notti sopra i 5.000 metri s’incontrano spesso valori intorno ai -20°C, e in alto può fare ancora più freddo, soprattutto con vento. In vetta, con una temperatura dell’aria di -25°C e un vento di 40 km/h, la temperatura percepita scende a circa -40°C (secondo la tabella del Wind Chill Index).
Inoltre, in questi ambienti il meteo è molto variabile e può capitare che belle giornate di sole si trasformino in bufere di neve nel giro di poche ore.
E poi c’è il Sole: a quelle altitudini l’atmosfera filtra meno raggi UV rispetto al livello del mare, così ogni 1.000 metri di quota l’intensità UV può aumentare di circa il 12%, a cui si aggiunge poi l’aumento di esposizione dovuto alla riflessione della neve (dove c’è). La “forza” di questi raggi solari viene misurata dall’indice UV, suddiviso in cinque categorie: basso (valori da 0 a 2), moderato (da 3 a 5), elevato (da 6 a 7), molto elevato (da 8 a 10) ed estremo (da 11 in poi). In questi giorni di inverno a Catania, il valore massimo dell’indice è spesso tra 1 e 3. Sempre a Catania, ma d’estate, Weather Atlas riporta “average maximum UV index” pari a 7, ma nelle giornate più limpide e calde sono tipici massimi tra 8 e 10. Sull’Aconcagua ci aspettiamo valori anche intorno a 16.

Aconcagua (vista aerea). Foto: Beatriz Moisset (ritocco: Hike395), CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons. https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Aconcagua_(aerial).jpg
La via normale e le difficoltà invisibili
Vi sono diverse vie per raggiungere la cima dell’Aconcagua: noi prenderemo la via normale. È un percorso che non richiede, in condizioni standard, abilità tecniche particolari come arrampicata su ghiaccio o uso di corde. Questo è probabilmente uno dei motivi per cui questa montagna attira tante persone, me incluso. Ma proprio questo la rende, a volte, sottovalutata.

La via normale: dai campi fino alla Canaleta e alla vetta.
Anche in assenza di particolari difficoltà tecniche restano le difficoltà legate all’altitudine (pressione, temperatura, sole, vento, meteo variabile), che spiegano perché arrivare in cima non sia affatto scontato: nella stagione estiva 2024–2025, ad esempio, poco più del 35% di chi ci ha provato ha effettivamente raggiunto la vetta (fonte governo di Mendoza).
Il campo base (Plaza de Mulas) è intorno ai 4.350 metri e dovremmo raggiungerlo al terzo giorno di spedizione, anche con il supporto dei muli.
Una volta arrivati, sono programmati diversi giorni di acclimatazione: per facilitare l’organismo ad adattarsi all’alta quota si sale per campi progressivi e poi si torna indietro. I campi tipici per farlo sono, ad esempio, Canada a 5.050 m, Cambio de Pendiente 5.300 m, Nido de Condores 5.550 m.

Piano di spedizione (indicativo): giorni, quote e fasi di acclimatazione fino al summit push e rientro.
Poi inizia la parte che, nella mia testa, sconfina nell’avventura estrema vera e propria: ci si lascia alle spalle le poche comodità che ancora ci appartenevano, così come il pensiero rincuorante che “la sera saremo di nuovo al campo base”, e si sale per campi sempre più alti (come Berlin 5.930 e Colera 5.970) per un numero di giorni variabile a seconda delle condizioni meteo e di come reagisce il corpo alla quota. Niente internet, niente corrente elettrica, niente dispense, niente cucine: solo quello che puoi mettere nello zaino, per oltre 10 kg da portare a spalla.
E poi arriva il “Summit push”, l’Attacco alla vetta: l’ultimo tratto di salita, il più freddo, il più ripido, il più pericoloso; quello che richiede più lucidità e più pazienza, perché a quella quota anche solo fare 30 metri può diventare uno sforzo sovrumano. Si parte di notte, in modo da avere abbastanza tempo per raggiungere la cima, vivere quel momento e tornare indietro in sicurezza.
Perché?
Ma cosa mi spinge a fare tutto questo?
Non è facile esplicitare le motivazioni che portano a compiere una scelta tanto estrema, ma ci provo lo stesso.
Innanzitutto c’è il desiderio di confrontarmi con i miei limiti, andando fuori dalla mia zona di comfort in un contesto che non concede scorciatoie.
Da maratoneta mi attirano le sfide lente, lunghe e pazienti. Questa vi rientra in pieno: una sfida in cui “andare piano” non è un difetto, è una strategia. Perché andare forte in quota spesso significa pagare caro dopo: in energie, lucidità e salute (il mal di montagna acuto porta rischio di edema cerebrale e polmonare).
C’è poi un punto che mi sta particolarmente a cuore: l’umiltà.
Per me la montagna non è un trofeo. In tanti cerchiamo di raggiungerne la cima perché ne sentiamo il bisogno, ma la montagna non è stata creata per noi: è un ambiente che esiste a prescindere da noi.
La montagna non negozia: bisogna accettare la possibilità che il nostro percorso sia in realtà un altro e che potremmo non riuscire a raggiungere la vetta. Perché il successo non è arrivare in cima e basta: significa riuscirci con lucidità, sicurezza e mantenendo la capacità di riconoscere quando è il momento di fermarsi. Se questo non è possibile, allora arrivare in cima diventa quasi inutile, controproducente e, in alcuni casi, addirittura pericoloso.
Infine, sebbene ci siano di certo modi più semplici di farlo, ho una gran voglia di natura incontaminata: di suoni naturali, silenzio, essenzialità. Ho voglia di condividere tutto questo con compagni di viaggio che la pensano in maniera simile e di … stelle :). Desidero perdermi nell’infinità del cielo stellato e sentirmi un semplice essere umano, senza tempo e senza spazio.

Piano ma lontano.
Si parte!
E dunque ormai ci siamo: fra pochi giorni si parte e, nonostante gli ovvi pensieri su tutte le cose ancora da preparare e sul fatto che mi sarei voluto allenare di più, non vedo l’ora di partire.
Non vedo l’ora di salpare con destinazione Aconcagua, di conoscere di persona i miei compagni di viaggio e di tentare di compiere insieme a loro un gesto straordinario, in maniera umile, discreta e meticolosa: lentamente ma fermamente, un passo dopo l’altro fino alla cima, se possibile, e ritorno.

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