Oltre la vetta: quello che mi ha lasciato l’Aconcagua

Limiti, umiltà e natura. Erano queste le parole chiave con cui ero partito per l’Aconcagua, la montagna più alta delle Americhe, seconda vetta delle Seven Summits, con i suoi 6.962 metri di altezza.

Alla fine non ho raggiunto la vetta: sono arrivato fino a 6.450 metri e sono tornato indietro. Ma proprio lì, forse, è successa una delle cose più significative di questo viaggio. Se oggi, oltre due mesi dopo il rientro, penso a quella spedizione, mi accorgo che la cosa più importante che mi ha lasciato non ha a che fare solo con una quota. Ha a che fare proprio con la natura, con i limiti e con l’umiltà. Il tutto nel contesto concreto che un ambiente così impone, e che richiede di ascoltare il corpo, riconoscere la realtà e scegliere con lucidità.

Quando ho provato a scrivere di questa esperienza, mi veniva naturale raccontare la spedizione. Poi ho capito che ciò che mi era rimasto dentro era più ampio e profondo di un semplice resoconto, e che per comunicarlo davvero dovevo scegliere, rielaborare e sintetizzare. Questo post è il risultato di quel lavoro.

Natura

L’Aconcagua visto da lontano durante l’avvicinamento, con i versanti rocciosi illuminati dal sole

Già all’ingresso del parco si vede l’Aconcagua: così lontano, immenso e quasi accogliente. Sembra invitarti a raggiungerlo. Foto: Luca Naso. Licenza: CC BY-NC 4.0.

La natura è stata la prima a farsi avanti ed è entrata in maniera così forte e decisa che mi ha spesso lasciato senza parole. Non era confinata in una zona circoscritta, come nelle nostre città, dove la si incontra solo ogni tanto, relegata e spesso compressa in piccoli spazi fra edifici e strade. Lì era dovunque. Eravamo totalmente immersi nella natura, fin dove arrivava lo sguardo. Per due settimane non ho visto una strada, un’automobile, un palo della luce.

Guardarmi intorno e vedere solo pietre, ruscelli, montagne, nuvole, stelle e altre persone che camminavano lente, con zaino e bastoni, parlando sottovoce, mi ha suscitato sensazioni molto forti, difficili per me da descrivere. Poter lasciare gli occhi liberi di spaziare senza fine su questo tipo di paesaggio così bello, sconfinato e naturale, dove niente sembra fuori posto, è stato meraviglioso e mi ha fatto sentire libero.

Tutto questo mi ha fatto sentire anche fortunato. E ancora di più quando arrivava la notte. Non ho parole per descrivere quel cielo notturno: il più bello che abbia mai visto, persino rispetto a quello delle notti sull’Etna passate ad osservare al telescopio. Se non fosse stato per il freddo avrei dormito ogni notte all’aperto. Era bellissimo, ed era la natura.

Tende illuminate in quota sotto un cielo stellato, nella notte sull’Aconcagua

La notte in quota ha una forza difficile da raccontare: tende illuminate, cielo stellato e la sensazione di essere minuscoli dentro qualcosa di enorme. Foto: Luca Naso. Licenza: CC BY-NC 4.0.

Questa immersione così totale mi ha fatto riflettere. Oggi viviamo in un mondo che ci siamo quasi interamente costruiti noi: strade, case, uffici, schermi, stanze chiuse. È un mondo comodo, efficiente, spesso anche straordinario. Eppure, tornando da questa esperienza, mi sembra evidente che abbiamo perso il contatto con la natura.

Non penso affatto che si debba rinnegare la tecnologia o tutto ciò che l’uomo ha costruito. Penso però che valga la pena fermarsi a riflettere su quanto poco spazio lasciamo, nelle nostre vite quotidiane, a qualcosa che sentiamo così profondamente nostro quando finalmente lo ritroviamo. La buona notizia è che questo mondo artificiale non ci è capitato, ce lo siamo costruito noi. Dunque abbiamo le capacità di modificarlo, magari per renderlo più in equilibrio con il mondo della natura.

Campo tende sull’Aconcagua, piccoli punti di luce in un ampio paesaggio di montagna

I domo del campo base erano, per me, un piccolo equilibrio tra presenza umana e natura: dopo i campi alti sembravano quasi hotel a cinque stelle, eppure restavano un riparo semplice, discreto e minuscolo nell’immensità della montagna. Foto: Luca Naso. Licenza: CC BY-NC 4.0.

Limiti

Che dovessi confrontarmi con i miei limiti era chiaro ben prima di iniziare. Una persona senza esperienza di alpinismo né di alta quota che tenta di raggiungere la seconda vetta delle Seven Summits, a quota 6.962 metri? Impensabile!

Nei giorni prima di entrare nel parco dell’Aconcagua ero emozionato come un bambino che gioca a calcio con i grandi, fortunato di potersi confrontare con chi ne sa molto più di lui; erano dei veri e propri esempi da cui imparare quanto più possibile. Nonostante questa enorme distanza, nessuno dei miei compagni mi ha mai guardato dall’alto in basso; anzi, sono sempre stati molto disponibili. La maggior parte dei risultati che ho ottenuto li devo a loro. Semplicemente erano tutti di un altro pianeta, alcuni con esperienza decennale, e chi non ce l’aveva conosceva comunque i passi delle Alpi a menadito. Sentirli raccontare storie di montagne, persone, retroscena, è stato bellissimo, anche se usavano termini che spesso non capivo e citavano persone che non avevo mai sentito menzionare.

Parte del gruppo in cammino verso Plaza Francia con la Parete Sud dell’Aconcagua sullo sfondo

Durante la prima rotazione da Confluencia (3.400 metri) verso Plaza Francia, la Parete Sud dell’Aconcagua si mostra in tutta la sua imponenza: un lato celebre e tecnico della montagna, che restituisce bene la sua vastità e la sua severità. Foto: Luca Naso. Licenza: CC BY-NC 4.0.

E poi ho preso consapevolezza anche dei miei limiti fisici. Quando ho raggiunto quota 4.000 metri è stato molto bello. Antonio e Mauro controllavano l’altimetro continuamente ed appena superata la quota ci siamo fatti una bella foto di gruppo. Ho battuto qualche cinque e abbracciato i miei compagni. Niente di che, eppure tanto è bastato per farmi venire un mal di testa d’alta quota. Questo, in aggiunta ai fastidi al ginocchio, mi ha fatto riflettere molto già al secondo giorno di montagna.

Nei miei appunti ho scritto “raggiungere quota 5.000 sarà dura, ma penso di riuscirci. 6.000 non è per nulla scontato. E 7.000? Beh, la cosa più probabile è che non riesca a raggiungere i 7.000”. Non era negatività: era onestà intellettuale. Da lì si è innescato un processo di introspezione psicologica. Mi sono infatti chiesto “Ma io cosa sono? Cosa mi definisce? Sono i miei limiti a definirmi?

Io adoro il concetto di limite. I limiti ci danno dei riferimenti oggettivi, ci danno motivazione, ci spingono a dare il meglio. Eppure non raccontano tutta la storia. Ho così maturato una nuova riflessione:

Io non sono i miei limiti;
io sono le mie scelte.

I limiti dicono molte cose, ma non dicono chi siamo.

Una saturazione di 75-80% oltre i 5.000 metri dice quanto ossigeno c’è nel mio sangue. Un record personale di 2.980 metri quantifica la mia esperienza d’alta quota. Il dolore al ginocchio dice che non posso sforzarlo più di tanto e che devo prendermene cura.

Se le misurazioni descrivono una condizione, le scelte, invece, raccontano una persona.

Scegliere di partecipare ad una spedizione per raggiungere la vetta dell’Aconcagua è una scelta che mi definisce. Presentarmi alla partenza di tutte le tappe di giornata, nonostante la stanchezza, è una scelta che mi definisce. Decidere di tornare indietro è una scelta che mi definisce. In modi diversi, queste scelte parlano del mio desiderio di mettermi alla prova, della mia determinazione e della mia capacità di ascoltare i miei limiti.

Umiltà

Infine c’è l’umiltà. Avevo grandi aspettative e la montagna le ha rispettate tutte, dandomi una lezione di umiltà dopo l’altra.

Plaza de Mulas vista da Campo Canada, minuscola nel vasto paesaggio delle Ande

Plaza de Mulas, il campo base principale a circa 4.300 metri, visto da Campo Canada a circa 5.000 metri, durante la prima rotazione verso i campi alti. Il campo appare minuscolo rispetto alla vastità delle Ande: una presenza fragile e temporanea dentro un ambiente immensamente più grande di noi. Foto: Luca Naso. Licenza: CC BY-NC 4.0.

Già al primo giorno ho scoperto di non sapere regolare lo zaino e che andavo ad un ritmo troppo sostenuto. Inoltre, ho rischiato di bruciarmi gli avambracci, perché, a quota 3.000 metri, sono stato un’ora e mezza a maniche corte senza protezione solare.

La bassa saturazione e l’affanno precoce sono stati un bagno di umiltà che non dimenticherò facilmente (a dire il vero non intendo farlo). Nonostante i miei lunghi allenamenti, la mia presunta resistenza, le mie corse continue, gli estenuanti allenamenti del fine settimana con 30 km di corsa il sabato ed 8 ore di su e giù sull’Etna la domenica, i miei valori di saturazione erano semplicemente nella norma, oltre i 5.000 metri ero tra il 75% e l’80%. A 5.500 metri impiegavo 5 minuti solo per entrare o uscire dalla tenda; a 5.900 metri indossare gli scarponi era un obiettivo talmente sfidante che lo suddividevo in parti più piccole da affrontare una per volta.

Il gruppo in salita sulla via normale dell’Aconcagua verso Nido de Cóndores

La via normale sarà anche non tecnica, ma non è affatto facile: pendenze importanti, terreno duro e quota estrema rendono ogni passo più faticoso di quanto si pensi. Qui stiamo salendo da Plaza de Mulas fino a Nido de Cóndores, a circa 5.500 metri, nel primo dei tre giorni verso la cima. Foto: Luca Naso. Licenza: CC BY-NC 4.0.

E per concludere, l’elefante nella stanza.

La notte dell’attacco alla vetta ci siamo alzati intorno alle 2 del mattino. Sono seguite due ore di silenziosa operosità, con tutto il gruppo che si preparava con grande cura. Alle 4 siamo partiti. Eravamo 8 persone che si muovevano all’unisono, una dietro l’altra, come legate da una corda invisibile. Camminavamo in silenzio, con le nostre piccole lampadine attorno alla testa ad illuminare la via. Io ero il terzo della fila. L’aria era fredda (temperatura percepita stimata: -17 °C) ed il vento leggero, anche se poi sarebbe aumentato.

Per la maggior parte del tempo, il mio sguardo era concentrato in basso, sul percorso, sui piedi di chi mi stava davanti. Il passo era lento, il percorso fattibile e mi concentravo spesso sulla respirazione. Eppure qualcosa non stava funzionando. Bastava alzare il piede da terra un po’ più del solito, come per fare uno scalino, che mi veniva il fiatone. Sentivo i battiti del cuore aumentare sempre di più. Ho pensato che da lì a poco sarebbe arrivata, come nelle due giornate precedenti, la fatica alle braccia, con un conseguente aumento della probabilità di cadere.

Finalmente facciamo una pausa, per prima cosa bevo dell’acqua, poi regolo bene lo zaino, i guanti, e riesco persino a recuperare un po’ di energie. Sento qualcuno dire che con quel freddo non dovremmo fare pause troppo lunghe. È vero, e lo so bene anch’io. Eppure, in quel momento, quelle parole mi feriscono un po’, forse perché ci sento poca empatia.

Non ricordo che ore fossero e non ho memoria del cielo che si illuminava a seguito dell’alba. Ricordo solo che non ce la facevo più, la stanchezza non mi abbandonava, il battito non scendeva. Eravamo a circa 1/3 di percorso (di andata) ed ho stimato che, anche se avessi stretto i denti e fossi riuscito ad andare oltre, non avrei avuto abbastanza energie per poter arrivare in cima e scendere senza rappresentare un pericolo per me o per chi mi stava accanto. Nessun melodramma, nessuna lotta con me stesso, nessun dubbio esistenziale. Semplicemente ho capito che in quelle condizioni non sarei riuscito a raggiungere la vetta e ritornare in sicurezza e così, come probabilmente avrebbe voluto papà, ho deciso di fermarmi e tornare indietro.

Il certificato che mi hanno consegnato a fine spedizione recita che sono giunto alla quota di 6.450 metri.

Luca a 6450 metri sull’Aconcagua con il casco del padre in mano

A 6.450 metri, il punto più alto che ho raggiunto sull’Aconcagua. Avevo portato con me il casco di mio padre per fotografarlo in vetta; quando ho deciso di tornare indietro, non volevo più scattare nulla. Poi ho capito che anche quel limite raggiunto meritava di essere ricordato e ho chiesto a Juan di scattare questa foto. Foto: Juan Cruz Rodriguez. Pubblicata con permesso dell’autore. Tutti i diritti riservati.

Col senno di poi, sono felice di essere stato gentile con me stesso e di aver trovato il giusto equilibrio, nel rispetto del mio corpo e della mia dimensione umana, aiutato credo da una natura onnipresente e meravigliosa.

Ho fatto bene? Avrei dovuto continuare?

Se ci fosse stata una seconda guida, come suggerito da Jacopo, sarebbe stato diverso?

Se Gianni fosse stato con noi, come avrebbe voluto, sarebbe andata diversamente?

Sono domande che ci siamo fatti, apertamente, anche come gruppo, e penso sia naturale farsele esplicitamente, piuttosto che fingere che non esistano. Ma sono domande che non avranno mai una risposta certa.

Quello che invece è certo è che l’Aconcagua non perdona leggerezze. Durante il mese di gennaio 2026 sono morte due persone nel tentativo di scalarlo (il 4 ed il 19). Pochi giorni prima della nostra partenza per la vetta, due persone sono state evacuate per edema cerebrale. Un membro del nostro gruppo ha dovuto assumere un farmaco salvavita (Dexamethasone) per contrastare il mal di montagna acuto a circa 6.700 metri, e un altro è stato evacuato in elicottero per il rischio di congelamento alle dita dei piedi (per fortuna dimesso dall’ospedale senza conseguenze).

L’Aconcagua vista da Nido de Cóndores al tramonto

La vetta dell’Aconcagua vista da Nido de Cóndores. La montagna, al tramonto, assume una solennità quasi assoluta: resta lì, immensa, placida e indifferente ai nostri tentativi di scalarla. Foto: Luca Naso. Licenza: CC BY-NC 4.0.

Ho riflettuto molto su questo punto, per giungere ad una conclusione tanto semplice quanto potente. Se è vero che non ho raggiunto la cima dell’Aconcagua, è anche vero che sono riuscito ad arrivare a quota 6.450, che è un’altezza maggiore di qualsiasi altra montagna al mondo fuori dall’Asia.

Non voglio cercare alibi: non sono riuscito a raggiungere la vetta, nonostante le condizioni meteo fossero favorevoli, l’acclimatamento avesse funzionato bene, fossi riuscito a gestire il ginocchio e non avessi avuto traumi né incidenti. Sono stato bravo ad arrivare fin lì, ma semplicemente non ne avevo più abbastanza per continuare.

 

Oggi, questo è il mio limite, chiaro e limpido come le stelle che vedevo di notte.

Conoscerlo mi rende più completo.

Accettarlo mi rende più forte.

 

Ma io non sono definito da questo limite. A definirmi sono le scelte che faccio, inclusa quella di tornare indietro e di raccontarlo.

Gruppo

Il pensiero di chiusura va al gruppo di spedizione. Già prima di partire ero entusiasta all’idea di poter vivere e condividere questa esperienza con altre persone, che non avevo mai conosciuto prima. Così ho portato un piccolo vassoio di paste di mandorla da condividere al nostro primo incontro.

Eravamo in 11, provenienti da tutta Italia (dalla Sicilia al Piemonte), di età molto diverse (dai 23 ai 71 anni), con professioni molto lontane tra loro (dal primario di neurologia al croupier, passando per il consulente finanziario ed il parrucchiere) e con personalità, sogni e ambizioni diverse.

Se da un lato tutto questo ha portato molta ricchezza e curiosità, dall’altro ha anche fatto emergere inevitabilmente alcune differenze: di ritmo, di priorità, di sensibilità. Differenze che, a un certo punto, hanno portato tre di noi a cambiare programma e ad attaccare la vetta in anticipo. Probabilmente era inevitabile che accadesse qualcosa del genere ed è proprio questo, forse, che ha reso l’esperienza tanto reale, onesta e viva.

Il gruppo in fila durante la salita sull’Aconcagua, uno dietro l’altro lungo il sentiero

Quanti sogni, paure e motivazioni si nascondono dietro questa fila di persone. Eppure, in quel momento, eravamo una cosa sola: uno dietro l’altro, in silenzio, con lo zaino in spalla e lo stesso passo paziente verso l’alto. In questa fila c’è molto di quello che è stata la spedizione. Foto: Pietro Sette. Licenza: CC BY-NC 4.0.

Tenevamo tutti molto alla spedizione, e quando una passione è così forte, difficilmente resta neutra: porta con sé slancio ed energia, che non sempre è facile far convivere con quelli degli altri, soprattutto se orientati in direzioni diverse. Eppure, nonostante queste differenze, non è mai mancato il rispetto reciproco, né il desiderio di aiutarci a vicenda.

Personalmente ritengo che la diversità, quando è sincera e rispettosa, possa far nascere legami veri.

Io sono felicissimo di aver conosciuto tutte le persone con cui ho condiviso questa esperienza e non avrei potuto desiderare un gruppo diverso.

Grazie a tutti i miei compagni di viaggio, per come sono e per tutto quello che hanno fatto durante la spedizione. Guardando indietro, mi accorgo che dentro quell’esperienza non c’è stata solo la montagna. Ci sono state anche le persone, ed è anche per questo che oggi la sento così viva.

 

 


Su Instagram, sull’account correre ai confini, ho pubblicato anche brevi video quotidiani della spedizione, dal giorno 1 al giorno 13.